La malattia  di Alzheimer si presenta come un problema di grandissima rilevanza, non avendo al momento alcuna terapia efficace. Secondo il “ World Alzheimer Report” nel mondo si contano circa 47 mln di pazienti, di cui 1 mln solo in Italia. Si stima  che il numero continuerà a raddoppiare  nei prossimi 20 anni.

Gli effetti di questa malattia sono devastanti sulle famiglie e i vari Paesi spesso non sono preparati ad affrontare questa epidemia di malati e le speranze di una terapia sono lontane.

L’inizio della malattia è segnata da una fase in cui si sviluppano modificazioni sulle capacità cognitive delle persone. E’ proprio su questa fascia di persone in cui la malattia è ancora lieve che il  consortium della comunità medico scientifica di Pisa ha voluto intervenire. I soggetti con danno lieve sono persone che svolgono le attività quotidiane, ma che mostrano segni premonitori della malattia.

L’idea di base è stata semplice e cioè che l’anziano ha una progressiva diminuzione di interesse, i attività fisica e cognitiva, cioè di stimoli che non solo sono utili ma necessari al mantenimento del funzionamento cerebrale.

Il tentativo terapeutico è stato quindi di ripristinare i livelli adeguati di stimoli cognitivi, motori e anche emotivi.

La ricerca, durata quasi 4 anni, ha accolto soggetti lievi che hanno partecipato ad un programma di esercizi fisici e cognitivi della durata di 7 mesi.

I risultati sono stati sorprendenti: in particolare si osserva un aumento di flusso di sangue a regioni cruciali per i processi di memoria ed un aumento della efficienza di processamento dei circuiti cerebrali.

Questo aumento di afflusso non indica solo un miglioramento nella fisiologia, ma potrebbe anche ridurre i livelli della proteina beta amiloide, conosciuta come uno dei fattori coinvolti nella malattia di Alzheimer.

Questi risultati possono avere importanti applicazioni in campo clinico per l’Alzheimer e per altre forme di demenza  senile: l’arricchimento ambientale, che include esercizio fisico, attività cognitivamente stimolanti e interazioni sociali, costituisce una via promettente per stimolare la plasticità cerebrale in modo fisiologico e non invasivo e ridurre l’incidenza della demenza.