Il malato di Alzheimer in fase avanzata può non essere più in grado di deglutire in modo corretto (disfagia) rischiando il soffocamento o la polmonite ab ingestis (una broncopolmonite causata dall’ingresso di materiali estranei nelle vie aeree).

Diviene quindi necessario modificare via via la consistenza dei cibi, passando da una dieta solida ad una semisolida (pastina, semolino, frutta cotta, carne sminuzzata, legumi schiacciati…) e, successivamente, ad una dieta semiliquida (creme, puree, omogeneizzati, liofilizzati…).

Per i liquidi il rischio polmonite è addirittura superiore, sarà quindi necessario addensarli così che diventi più facile gestirli durante la deglutizione. Le farmacie vendono dei prodotti appositi che trasformano i liquidi in gelatina ed evitano che il malato si soffochi.

Possiamo riconoscere l’insorgere della disfagia quando il nostro caro deglutisce male anche bevendo poca acqua, ha frequenti colpi di tosse, spesso il cibo o la saliva gli vanno di traverso, si raschia la gola dopo aver deglutito e parla con voce flebile e tremula, ha una sensazione di malessere localizzato alla gola o al petto durante la deglutizione, non mangia più volentieri.

E’ dimostrato che l’Alzheimer altera anche il senso della fame e della sazietà; inoltre, complice il suo disturbo di memoria, il malato può dimenticarsi di aver mangiato e quindi cercare altro cibo o, addirittura, dimenticarsi di mangiare.

Sovralimentazione e denutrizione sono i deficit di alimentazione a cui un malato di Alzheimer può facilmente andare incontro mettendo in pericolo la propria salute.

L’aumento di peso causato dalla sovralimentazione ne comprometterà anche la gestione fisica da parte del caregiver. Impedirgli di mangiare potrà risultare molto difficile, perché questi malati facilmente si arrabbiano e possono diventare aggressivi.

Nascondere il cibo è il primo accorgimento per far si che non gli venga stimolato continuamente il desiderio di mangiare. Un secondo accorgimento è quello di dividere nel tempo la somministrazione delle portate e dei pasti: non riempire molto il piatto in modo da poter servire una seconda portata (o addirittura un piatto diverso) gli darà la sensazione di un pasto più ricco ed abbondante; “spezzare” il pasto in diversi spuntini poco calorici, è invece uno stratagemma per ripetere più volte la somministrazione di cibo durante l’arco della giornata.

Spezzare il pasto è un accorgimento utile anche per il malato che rifiuta il cibo: piccole merende golose ma molto caloriche lo invoglieranno ad alimentarsi e gli forniranno l’energia necessaria (un toast, del pane con una frittatina, un pezzo di formaggio grana… O quello che più gli piace!). Laddove è presente il wandering, che causa un grosso dispendio di energia, l’apporto calorico di ogni merenda dovrà essere superiore.

Quindi in caso di un inspiegabile cambio di peso del vostro caro, vi consigliamo, soprattutto per i malati che vivono ancora da soli, di verificare la corretta somministrazione dei pasti.

FONTE: Fondazione Manuli